a volte conta più la domanda della risposta
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E’ indubbio: non riesco ad aggiornare il blog come una volta.
Non che sia stato sempre costante, però la mia latitanza sta diventando cronica. A contribuire a questa latitanza si è messo anche il mio trasferimento lavorativo (tra febbraio e marzo) e relativo ritorno alle patrie contrade.
Molte emozioni, in questo periodo, hanno fatto l’autoscontro al mio interno e neuromino si è procurato per l’occasione un elmo protettivo, residuato bellico dei periodi in cui mi sentivo “come un treno che viaggia su un binario morto e continua ad accelerare, pur sapendo che alla fine del binario c’è un muro”.
Non mi va adesso di parlarvi della difficoltà a staccarmi dalle persone con cui ho lavorato e vissuto per quattro anni, né delle sensazioni provate nel ricevere un biglietto di saluto di alcuni bimbi, in cui, sotto cuori e disegni colorati, una mano incerta chiudeva con “buon viaggio, non mangiare troppe caramelle”.
Non saprei come spiegarvi, ve ne rendete conto, credo.
Però posso parlare del nuovo lavoro. In particolare del primo incontro con la mia nuova équipe, il momento in cui ho iniziato a conoscere i visi ed i nomi di nuovi compagni di viaggio, con la sensazione di rimettermi di nuovo in gioco e di cominciare una nuova partita.
Ci sono state molte domande e ci siamo scambiati molte informazioni, come è giusto tra persone che devono iniziare a fidarsi reciprocamente.
Alla fine della riunione mi hanno portato a visitare i piani superiori della struttura. Pensavo di avere finito di ricevere domande e di parlare di me, quando, appena chiusa la porta dell’ascensore, proditoriamente e a bruciapelo il Referente dell’équipe mi ha chiesto:
‘Ma tu come sei messo a pesce stocco?’
Avevo capito di avere già superato un primo esame, per essere ammesso a questa domanda, così ho risposto prontamente:
‘Bene, quando volete ci sono’
‘Allora me la vedo io, non ci sono problemi’
Il mio nuovo lavoro è iniziato sotto un aspetto strettamente professionale, è evidente. Mercoledi è prevista la prima cena ed io sto entrando in preparazione eno-gastronomica da oggi: non posso deludere i miei nuovi colleghi.
Statemi bene, mangiate sano e bevete bene: può sempre fare curriculum.
C'è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica
Schulze Monaco
c'è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio di scarpette infantili
a Buchenwald
più in là c'è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane
a Buchenwald
servivano a far coperte per i soldati
non si sprecava nulla
e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas
c'è un paio di scarpette rosse
di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald
erano di un bimbo di tre anni
forse di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini
li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l'eternità
perché i piedini dei bambini morti non crescono
c'è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perché i piedini dei bambini morti
non consumano le suole...
ho cambiato stato civile, passando, attraverso il mio grosso grasso matrimonio barcellonese (nel senso siciliano del termine), da celibe a coniugato e Coleichemistrappòdaisingles ha cambiato nome, diventando Coleichemiresemarito;
io e Colei (il diminutivo è per questioni di risparmio) abbiamo avviato la convivenza nella nostra nuova casa antica, l'unica casa che non sa di esserlo e crede di essere una nave (di notte, quando piove e sferza il maestrale, io e Colei diventiamo i Capitani coraggiosi sulla tolda, in preda alla bufera, tra acqua da asciugare e tende da ammainare. Ma io, ogni tanto, dritto sul cassero, fumo la pipa);
sono tornato alle soglie del Grande Nord, di là dell'Oceano, tra giubbe rosse, inuit, trappers e discendenti di Ken Parker, con la scusa di andarci per lavoro;
sto cambiando lavoro (nel senso della sede), lasciando le oscure terre di Catan-Sauron, per tornare alle natie sponde reggine.
Al di fuori di tutti questi argomenti, però, oggi ho deciso di riprendere a scrivere, partendo da un altro fatto, accaduto quest'estate e che ha rischiato seriamente di determinare la chiusura per lutto di questo blog.
Il post si chiama (da molto tempo era stato nominato così):
L'ultima cosa che fece Kimma fu di salvarmi la vita
Lunedi 6 agosto 2007.
Maledetta autostrada. Non è uno schifo, è una vergogna. Maledetta autostrada.
E' una vergogna che qualcuno possa decidere del mio tempo, costringendomi a buttarlo su 50 chilometri di cantieri d'asfalto. Maledetti.
Ed è una vergogna pure che per un lavoro di dieci minuti, oggi, mi siano state revocate le ferie. Per un lavoro inutile, per giunta. Una giornata intera bruciata. Maledetti. Non so neanche bene chi, ma maledetti comunque.
Tra l'altro ho addosso una stanchezza che mi sembra di piegarmi in due. Avevo bisogno di queste ferie, anche solo per capire ed imparare la mia nuova vita, per passare da sposo a marito, dico a me stesso. Maledetti.
Non ricordo la strada che ho fatto fino a qui, ora che questo rettilineo mi porta verso la collina e gli occhi si confondono tra cielo, mare ed asfalto. Gli occhi. Mi bruciano, sono due pietre che rotolano su questa strada.
Stanco.
Arrabbiato, stanco.
Ora, ora mi riprendo.
Riapro gli occhi, la cunetta ed il terrapieno mi sono addosso, a destra.
Freno, il rumore dell'urto è forte, ma capisco che questa volta non finisce così. La macchina sbanda spingendo il mio stomaco contro il fegato, prima a destra, poi, con più violenza, a sinistra. 'Stavolta non la controllo', questo è l'unico pensiero che con scarnificata certezza si realizza nella mente.
Poi è come un senso di leggerezza: pochi istanti, ma forse sono minuti o ore di silenzio, con la sensazione del distacco, del volo. Poi è il boato, il rumore, che arriva da tutte le parti. E il rumore si moltiplica, si ripete, con il ritmo di una danza, di un sabba primitivo. Sono rumori, sono schegge, vetri, sapore di terra e colpi, colpi sul corpo, sulle braccia, sulle gambe, sulla testa, con il collo che si piega. Si piega (non so più dov'è il mio corpo), il collo si piega. Colpi, sapore di sangue, buio, gli occhi si devono essere chiusi, ma il pensiero si forma lo stesso, lucido: è così che muoio.
Frazioni di secondo: no, se sopravvivo finchè si ferma, forse non muoio. Se resto vivo ancora per un po'... Si fermerà... dovrà fermarsi... si fermerà prima o poi (e se non si ferma?). Si fermerà (e se muoio prima?). Si fermerà? si fermerà...? si fermerà...?
Un rumore ritmico, cadenzato. Una specie di lamento mi risveglia dal buio, riporta la luce, riapre l'udito. Ora lo sento: è un lamento secco, breve, che accompagna il ritmo di un respiro accelerato. E' il mio respiro. Mi sento, sto respirando, mi sto lamentando. Sono fermo (sono fermo).
Sono fermo (sono vivo). Sono fermo su un fianco (sono vivo). La macchina poggia sul lato sinistro contro l'asfalto (sono vivo).
Sono vivo. Sono vivo. Non è più un pensiero, lo sto gridando a qualcuno che sento al di là delle lamiere.
E' vivo, dice il qualcuno a qualcun altro.
Sono vivo, muovo i piedi: rispondono. Escludo la diagnosi di lesione midollare.
E se ho lesioni interne? Maledetta medicina, non mi permette di ignorare serenamente. Propendo comunque per la convinzione di non avere lesioni interne.
E se esplode la macchina? La cosa comincia a farsi seccante, nel dubbio mi viene da girare la chiave e spegnere il quadro della macchina (ma sarà stato ancora acceso? mah...).
Una sensazione di umido mi porta a poggiare la mano sulla testa: quando la ritraggo è completamente bagnata di sangue. In effetti mi accorgo di stare gocciolando rosso.
'Abbiamo chiamato soccorsi per tirarti fuori da lì, aspetta, non ti muovere', mi dice una voce da fuori. 'Va bene' rispondo. Ma non ubbidisco, devo uscire da lì: mi libero dalla cintura, mi contorco e mi metto in piedi. Per uscire sfondo il parabrezza, ormai del tutto distrutto, un ragazzo mi aiuta a piegarlo. Sono fuori.
Intorno c'è un gruppo di persone, si sono fermati a lato della strada. Mi accorgo che stanno guardando un fantasma, dal timore che hanno ad avvicinarsi. Mi siedo sull'asfalto, per convincerli a darmi dell'acqua, devo dire che sono un medico. Non si capacitano ancora come sia vivo, capisco.
Mi specchio nello sguardo di un bambino seduto in una macchina, che cammina a passo d'uomo, a fianco delle altre macchine parcheggiate: dentro i suoi occhi attaccati al finestrino posteriore mi vedo, non devo essere un bello spettacolo.
Verso l'acqua sulla testa, il risultato è una cascata rossa che forma una pozza intorno a me. Mi duole la mano, la guardo e non ho bisogno della laurea per capire che un dito è rotto. 'Questo è rotto, va bene. Ma gli altri ci sono?' è il pensiero successivo. Mi conto le dita, sono dieci, non ne manca nessuno, neanche pezzi. Buono, direi.
Mi volto a sinistra e vedo per almeno venti metri oggetti che mi appartengono: libri, valigie, cd, carte, documenti, è come se il contenuto di Kimma fosse esploso fuori dai finestrini. Kimma...
Mi giro e la vedo, ribaltata sul fianco, sembra un animale ferito. Sono stupido, lo so, ma sento stringere la gola, e dico 'Kimma...'. Il ricordo che ho creato nella mia testa è quello di una macchina che mi sorride, un attimo prima di spegnersi del tutto, consapevole di avermi salvato la vita.
Il resto è routine: l'ambulanza, il pronto soccorso, i punti (con il dubbioso collega che si chiede e mi chiede se sia meglio tagliare o cucire, perchè 'forse questo lembo di cute non attecchisce'), le radiografie, la portantina che mi dice: 'spingo piano la barella, perchè rischia di sbandare' (le rispondo che di sbandate ne ho già fatte abbastanza io, che non si dia pensiero).
Il resto sono i dolori, che poco alla volta emergono e mi fanno compagnia nei mesi successivi.
Il resto è la scena che viene mandata in replica, a grande richiesta, per giorni e giorni, sia da sveglio, che in sogno (ed ogni tanto torna ancora oggi).
Il resto è la ripresa dell'equilibrio, dopo il crollo.
Rimane la consapevolezza di aver ballato con la Morte e di averla guardata dritta negli occhi. E la consapevolezza che non sia né brutta né bella, ma solo fortemente indifferente, a noi ed a qualsiasi cosa ci illudiamo di essere.
Resta solo un ultimo dubbio: ma quando ho chiuso gli occhi, perchè non mi è ripassato davanti il film della mia vita?
Non sarà che anche per morire si dovrà pagare un biglietto? Poi dicono la crisi del cinema...
Sono qui e sono vivo, ben ritrovati a tutti. Buon Natale.
Ciao Kimma.
Ovvero come affrontare una festa e trasformarla in una possibile tragedia e sopravvivervi, senza sapere come, quando e, soprattutto, perchè. Direi che ci siamo quasi. Mentre il mio stato civile conta i giorni che gli restano da vivere da celibe, stasera un manipolo di pensieri, in rigoroso ordine sparso, si aggira tra la solitudine sinaptica della mia corteccia cerebrale. Del corredo Della bomboniera Dell’importanza dello sposo Della lista nozze Del mettere su casa Delle tradizioni A questo punto, è fatta. Sei pronto per il matrimonio. Auguri, lunga vita e felicità.
Neuromino si è procurato un fischietto ed una paletta e da diverse settimane sta cercando di fare ordine tra di loro, indirizzandoli negli incroci dendritici, verso le diverse aree di stoccaggio.
Il difficile è trovare posto per quei pensieri che, per motivi puramente genetici, non vengono naturalmente presi in considerazione dal cervello maschile (la cui, ormai dimostrata, grossolanità neuro-anatomica, provoca il rigetto verso circa il 95% dei pensieri che, invece, nel cervello femminile vengono classificati come ‘problemi’).
Per questo stasera ho deciso di propormeli qui, così come vengono fuori, senza logica, con la speranza, forse, di capirli e perchè questa esperienza non venga persa, come lacrime nella pioggia...
Nella tua vita da single avevi raggiunto la convinzione che le lenzuola fossero quell’accessorio che si compra, colorato nei modi più graditi, dagli scaffali dell’upim o dell’oviesse. Adesso, invece, scopri che nella casa di lei esiste una cassettiera da cui fuoriesce, senza sosta, un numero spropositato di corredi da letto.
Ti convinci che quella cassettiera rappresenti una porta dimensionale, che dall’altra parte si affaccia su un universo parallelo in cui la vita discende da una trapunta ed il pianeta è dominato da una specie evoluta di ricamatrici. Che riforniscono senza sosta il cassetto.
Ti ritrovi a chiederti come sarà adesso mangiare la pizza, guardando la televisione, a letto, con quelle lenzuola, poi scacci via il pensiero e ne fai già un ricordo: le ricamatrici non apprezzerebbero.
Pochi oggetti suscitano vivo disinteresse nell’essere maschile, quanto le bomboniere.
Scopri che si fa presto a dire bomboniera, quando, in realtà, esiste un complesso sistema di codici e regole che governa la scelta. Una di queste regole è che l’oggetto in questione non sia mai stato scelto da altre coppie, nell’arco di 1000 Km e/o tra i parenti/amici/conoscenti, negli ultimi 20 anni. La scelta, ovviamente, si restringe.
Una volta identificati uno o più oggetti misteriosi, viene svolto un incontro bifamiliare di valutazione, a cui possono partecipare anche altre persone, note col titolo di ‘amichedifamiglia’.
Il fatto che l’unico oggetto che ti piace venga scartato immediatamente ti fa sospettare che il tuo voto valga quanto quello di San Marino al consiglio dell’ONU, ma quando ti accorgi che la scelta sta per cadere su quello che speravi venisse scartato subito, capisci che non è così: San Marino, al tuo confronto, è una superpotenza.
Apprendi che l’oggetto candidato appartiene ad una linea di una nota casa produttrice di oggetti inutili, che è stata firmata da Marta Marzotto (ma questo, molto stranamente, non comporta nessun effetto su di te, che continui ad ignorare chi sia Marta Marzotto) ed è qui che l’amicadifamiglia entra a gamba tesa sul tuo matrimonio: ‘Sarebbe bello che sulla bomboniera incidessero i nomi degli sposi’, dice. Eccitato come un bue muschiato tibetano, di fronte a cotanto kitsch, non trattieni un rigurgito sarcastico: ‘Non c’è bisogno – dici, interrompendo il tuo prolungato silenzio – basta che lei si presenti come Marta ed io come Marzotto’.
Lo sguardo gelido del consiglio ti dice che non sei piaciuto, perciò torni nel tuo silenzio, in buon ordine, aspettando una risoluzione di larghe intese.
Un giorno capisci. Un giorno una semplice battuta illuminerà di certezza quel sospetto che da settimane si era insinuato nella tua mente. Era da tempo che sospettavi di non avere un ruolo centrale nello sposalizio, ma lo comprendi nettamente quella volta che lei, in macchina, ti dice: ‘Oggi ho accompagnato mio fratello a comprare il vestito per il mio matrimonio’.
Interdetto, ma forse non troppo stupito, le chiedi se il suo matrimonio coincida col tuo o se si riferisca ad altro. Le proponi ‘nostro’ quale aggettivo più indicato, ma un sorriso nel suo sguardo ti fa capire che il matrimonio è nettamente suo.
Se poi pensi di arrivare secondo, ti sei sbagliato di nuovo, in realtà arrivi a malapena quarto. Il matrimonio è (nell’ordine):
1) di lei
2) di sua madre
3) di tua madre
4) tuo, sempre se qualche zia non ti batte in volata
Qui ti devi giocare bene le carte, perchè hai un piccolo margine decisionale (ma proprio piccolo) e non puoi certo permetterti di perderlo.
Nella lista nozze c’è un numero spropositato di oggetti: ci sono servizi di piatti per i giorni feriali, per la domenica, per i giorni festivi civili e per quelli religiosi, con ulteriori differenze in base al fatto che servano per una festa familiare, un pranzo di lavoro o una cena con gli amici. Ripensi a quanti piatti di plastica hai usato nella tua vita precedente, poi riponi il pensiero accanto a quello della pizza a letto.
C’è anche un porta pane in argento, che già sai che non utilizzerai mai nella tua vita, dal prezzo esorbitante. Non puoi non pensare che il tuo portapane, per anni, è stata la busta di carta del fornaio.
Mentre rifletti su queste cose vedi dei bicchieri che ti piacciono e pensi che è giunto il tuo momento, l’attimo in cui, finalmente, farai pesare la tua presenza, per cui, deciso, dici a lei ed alla solerte commessa: ‘Mettiamo anche questi bicchieri nella lista’.
Lei e la commessa, che ormai sembrano amiche di vecchia data, ti guardano, accanto ai bicchieri che vorresti e poi si guardano. Nei loro occhi leggi un pensiero comune, intriso di un ignobile sentimento di accettazione/commiserazione, che nasce dal sodalizio femminile. ‘Poveretto, non è colpa sua se è nato maschio’ si dicono senza parlare e, con un sorriso che (non sai come) si fonde con un sospiro, ti accontentano: ‘Va bene’.
Era da quando chiedevi a tua madre di comprarti le zigulì che non ti sentivi così.
Ristrutturare casa può essere un evento anche positivo, ti ritrovi ad organizzarti uno spazio tuo, a crearti un posto dove tornare. Il fatto, poi, di andare a vivere nella casa che era del nonno di tua nonna rappresenta ancora un valore aggiunto alle tue scelte di vita, indubbiamente.
Però devi stare attento. Non ti dovresti fidare di quel ragazzo dall’aria bonacciona che, dopo avere lavorato a casa tua come piastrellista, ti si propone, come pittore, per imbiancare le mura di casa.
Invece ti fidi e quando apri la porta di casa, dopo qualche giorno, per vedere il lavoro finito, capisci l’errore che hai commesso. Il simpatico bonaccione ha ritenuto superfluo utilizzare i teli di plastica protettivi che gli avevi fatto trovare in casa, per cui le mura sono sì imbiancate, ma lo stesso potresti dire dei pavimenti, degli armadi e della scala di legno. E’ evidente che appartiene alla corrente impressionista, nel senso che fa impressione il modo con cui lavora.
Ci metti sei giorni a ripulire tutto, lavorando, ginocchia a terra, con stracci e raschietto, confortato solo dalla speranza che l’allegro pittore, in quel momento, sia vittima degli atroci spasmi addominali che accompagnano l’attacco di dissenteria che gli hai augurato.
L’ultima cosa a cui devi stare attento sono le tradizioni, specialmente a quella che vige nel paese di lei, di dare un ricevimento per parenti ed amici 1-2 settimane prima del matrimonio, nella nuova casa degli sposi.
Quando, di fronte al ritardo dei lavori di ristrutturazione della casa ed alla delusione di lei, ti lanci in un ‘Ma no, vedrai che ce la facciamo a fare il ricevimento’, perchè ci tieni a vederla felice e sacrifichi le ultime forze a portare mobili su e giù dalle scale, ricordati quello che ti dirà alla fine dei tuoi sforzi (poche ore prima di aprire la casa, in perfette condizioni, agli invitati), quando le chiederai perchè sembra che ce l’abbia con te:
‘Perchè si poteva evitare tutta questa fatica, non facendo il ricevimento. La colpa è tua che mi hai detto di sì e mi hai accontentata’.
A presto.
Davvero non so da dove incominciare. Da bambino avevo un disco di Topo Gigio (ce l'ho ancora) e ricordo che in una delle canzoni il biondo roditore sentenziava più o meno così: 'come diceva mio nonno Teodoro… si comincia sempre dall'inizio'. Non so se fosse giusto o meno, ma mi è venuto di farlo. E va bene così (ma questo non era Topo Gigio, era Vasco Rossi). L'inizio potrebbe essere il momento in cui, il mese scorso, il rumore dell’urto della ruota contro il guard-rail centrale dell’autostrada, mi svegliava bruscamente e maleducatamente dal colpo di sonno, con cui avevo serenamente chiuso gli occhi, a 100 all'ora. Ma invece no. L'inizio è precedente, risale a molti, molti anni fa, quando due giovani e contenti (si spera) genitori si recarono all'anagrafe a registrare il proprio figlio, il secondogenito. Colui che era me, anche se io non me lo ricordo (ma forse sono io che ero lui…). Ma perché? E invece l'assenza della virgola ha segnato tutta la mia vita, facendo entrare tutt'e tre i nomi nel codice fiscale, nei documenti scolastici ed universitari, nelle dichiarazioni dei redditi ed in mille altri pezzi di carta. All'ufficio del Comune di Coleichemistrappòdaisingles, nella Sicilia tirrenica, stava andando in scena l'atto unico della 'Promessa di Matrimonio di Colei e saggezza', con discreto successo di pubblico e di critica, quando la solerte, ma non sudata, impiegata esclamò: 'Fermi tutti, qui c'è un errore! I nomi non corrispondono...'. Iniziavo, allora, il monologo, da tempo provato e riprovato, sul problema della virgola mancante, cercando di spiegare che la presenza degli altri nomi sul certificato anagrafico e la loro assenza sulle pubblicazioni era dovuta ad una semplice svista. Non fui convincente. La solerte si dimostrò partecipe ed attenta al mio problema, che, nel frattempo, non era più mio, ma cominciava ad essere di livello familiare, nonchè politico-suocerale. 1) Preparare un nuovo certificato, per verificare la reale presenza o meno delle virgole, oppure Se avessi scelto la 2, avrei dovuto firmare gli atti del Matrimonio con tutto il treno dei nomi, nel caso della 3 potevo usare solo il primo. Qui il mondo frenò bruscamente e la mia vita finì di trasformarsi in una storia a fumetti con sceneggiatura pirandelliana. Partirono le domande nel mio cervello: Mentre neuromino dava l'allarme di abbandonare la nave, mi ritrovai a sorridere... 'Non ho un nome...' pensai divertito. La storia è ancora in sospeso, sono promesso, ma con riserva. Vi terrò informati. Vi lascio con l'ultimo pensiero di oggi: se io sono io e voi siete voi, se io non sono più io, voi... si può sapere chi siete?
Ora il problema è che io non so bene quale sia l'inizio. Di ciò che è successo nelle scorse settimane ho già detto fin troppo nelle due righe del post precedente, stupendomi, tra l'altro, dopo qualche giorno, di avere scritto una cosa così intima su questo finto foglio di appunti, in cui sarebbe dovuto entrare solo il lato B della mia vita, quello che sfugge alla logica del mondo, del quotidiano e della vita.
E della morte.
L'inizio potrebbe essere il momento subito dopo, quando, fermo a bordo strada, mi chiedevo con sincero e felice stupore per quale strana casualità fossi ancora vivo, senza un graffio e con solo una gomma a terra.
L'inizio potrebbe essere dirvi che tra circa 40 giorni si modificherà il mio stato civile e dal mio curriculum la parola 'celibe' verrà eliminata e sostituita con 'coniugato' ('ma cosa mi dici mi dici mai…', per restare sul Gigio-pensiero).
Orbene, seguite i due giovani genitori, sono di fronte al solerte e sudato impiegato del comune (sudato perchè era agosto, solerte perchè ci piace immaginarlo così).
'Buongiorno, solerte e sudato impiegato del comune, vorremmo registrare la nascita di nostro figlio' dissero.
'Va bene, qui mettiamo la data e qui il nome. Come si chiama?'
'Saggezza Giacomo Cosimo. Sa, gli altri due nomi sono quelli dei nonni'.
Perché non avete guardato con attenzione il sudato solerte? Perchè non avete controllato quello che stava scrivendo?
Perché non avete controllato che mettesse la virgola, una semplice virgola, ciò che di meno impegnativo esiste nella lingua italiana? Bastava metterla lì, dopo il primo nome ed era fatta: Giacomo e Cosimo sarebbero rimasti serenamente secondo e terzo nome, per sempre tranquilli al loro posto.
Tanto tempo fa, però, io decisi di decidere: avrei firmato sempre e solo con il mio primo nome (l'unico a cui, in effetti, rispondo) anche se sapevo che sarebbe arrivato, prima o poi, il giorno in cui mi avrebbero presentato il conto.
E quel giorno era mercoledì scorso.
La solerte dietro la scrivania si lanciò in una serie di acrobatiche evoluzioni burocratiche, attraverso le quali, secondo lei, io avrei potuto nell’ordine:
2) Modificare i documenti delle pubblicazioni, aggiungendo gli altri due nomi, oppure
3) Andare nel preposto ufficio del comune di Reggio e rinunciare agli altri due nomi (ma si possono uccidere così due parti di se stessi?)
Ma a questo punto, proditoriamente, aggiunse: ‘Ma lei, come si vuole chiamare?’.
Io chi sono?
Io sono sempre me stesso o sono il nome che porto?
Il nome che porto è mio o io sono suo?
Senza il mio nome io resto ancora io?
E se cambio nome divento un altro?
'Non ha un nome...' lessi nel critico fumetto muto suocerale.
'Non hai un nome...' concluse, sospirando, Colei.
Baci anonimi.
La vecchia quercia, alla fine, non ce l'ha fatta.
Adesso la mia nonna è una ninfa del bosco.
Io non so come ti chiami o che faccia hai. Non conosco la tua età e non so niente della tua storia e dei tuoi affetti, ma oggi ti voglio parlare di me, della mia vita. Ti voglio mostrare uno spicchio di intimità, un piccolo spazio di una storia familiare, raccontarti di quelle piccole cose senza significato, che diventano importanti per le persone che le vivono. La mia famiglia è una famiglia come tante e come nessuna: non siamo né famosi né ricchi, non siamo nobili, non siamo poveri. Non siamo stupidi, non siamo furbi, non passiamo davanti agli altri nelle file, non cerchiamo favori. Nella mia famiglia esistono regole rigide, che ho spesso infranto con fatica, per ritagliarmi uno spazio mio. Nella mia famiglia ho vissuto incomprensioni e scontri, ho vissuto l'impossibilità di lamentarmi, perchè 'se non ti è andata bene, evidentemente non hai fatto abbastanza'. Ci sono cose della mia famiglia che hanno un significato ed un valore che non so descriverti, sono quegli oggetti resi unici per il ricordo che si portano addosso. Mi viene in mente, non so perchè, il bollilatte con cui la nonna preparava il latte che ci portava a casa il figlio del pastore, un latte munto in giornata, altro che UHT. Mi viene in mente lo scrittoio marrone della scrivania dello studio, reso un'attrattiva mistica, per noi bambini, dal fatto di vederci scrivere sopra il nonno, con la sua grafia non ferma, ma vigorosa. Tra gli oggetti c'è anche lei, la 500 beige di mia nonna. La 500 fa parte della nostra famiglia dal '66, ancora l'uomo non era andato sulla luna e la mia esistenza era solo, forse, un'ipotesi nella mente di due giovani fidanzati. Ed oggi tu, anonimo dal viso sconosciuto, hai forzato la portiera della 500, hai violentato il cruscotto e te la sei portata via. Non so davvero che faccia hai, come ti chiami e da quanti anni stai inquinando questo sputo di angolo di pianeta, ma spero vivamente, sinceramente e con tutto il cuore e l'affetto che provo verso quel gioiello che hai rubato, credimi, che stanotte stessa, mentre guidi disperato perchè hai trovato tua moglie che trombava con il tuo migliore amico, la 500 ti esploda sotto il culo, ma solamente dopo che avrai scoperto prima tua figlia e poi tuo figlio battere al porto. In un ultimo sussulto qualcosa ti passerà per la testa e tu crederai che possa essere un pensiero buono, qualcosa che riscatti la tua inutile vita... Ma invece no, sarà solo il tappo della benzina. Crepa, pezzo di merda.
Siamo una famiglia come tante, di persone che hanno sempre lavorato e lavorano. Sin da bambino ho osservato l'orgoglio e la dignità di chi sa di potersi riposare solamente dopo che ha portato a termine, correttamente, il proprio lavoro.
Nella mia famiglia non c'è mai stata differenza tra uomini e donne e nessuno ha mai alzato un dito contro qualcuno.
Nelle vene della mia famiglia la follia scorre potente, come un fiume sotterraneo, che ogni tanto esce in superficie e zampilla in ghirigori di originalità.
Ma nella mia famiglia ho anche vissuto la sensazione di sentirmi al sicuro, con le spalle coperte ed ho vissuto la felicità, il rispetto, l'affetto e l'amore profondo.
Ed ancora le foto, quella, in particolare, del matrimonio dei nonni, messa sul pianoforte, accanto al metronomo.
La 500 ha attraversato un terzo del novecento (sembra un'equazione...), ha portato mia nonna a scuola, ogni mattina, per tanti anni, ha convinto il carabiniere a lasciar perdere il controllo dei documenti ('prenda lei i documenti dalla borsa sul sedile di dietro, io non ci arrivo... ma faccia veloce, chè mi si sciolgono i surgelati', un mito puro la mia nonna...).
Hai rubato più di 40 anni di storia, di parole e di amore, hai sottratto 40 anni di risate, di pianti, di spesa e di surgelati della mia famiglia. Tu non sai neanche come la rabbia per quello che hai fatto oggi, stia accentuando il dolore di questi giorni non felici.
Tu sei salito sulla 500 beige di mia nonna.
Tu hai rubato un pezzo della nostra vita.
Ieri o forse il giorno prima.
Insomma martedi.
Esco da casa, sono qualcosa prima delle sette. Sono stanco di essere già stanco la mattina. Mi metto in macchina, punto la Salerno-Reggio Calabria, la imbocco partendo dal basso.
Raggiungo la follia d'asfalto. Sono sulla strada che, dovendo passare da due a tre corsie, per ora ne ha una sola.
Non capisco, ma non serve, mi dicono. Continuo a guidare.
Guido, non capisco perchè è tutto così scuro. Poi tolgo gli occhiali da sole e la cosa migliora decisamente. Continuo a guidare.
Di fronte al cartello di Gioia Tauro penso che Gioia deve avere un fratello che si chiama Mino. Sorrido con un intenso retrogusto di idiozia. Mi vergogno profondamente del mio pensiero e vorrei muzioscevolarmi l'emisfero destro, ma poi mi autoperdono. E continuo a guidare.
Tutto diventa di nuovo scuro, molto scuro, troppo scuro. Non ho gli occhiali da sole, è evidente che non dipende da me.
Inizia a piovere. Prima schizzi, poi gocce, poi confezioni da mezzo litro. Arriviamo, in un crescendo rossiniano, alle damigiane, prima che arrivino loro. I fulmini.
Strali, saette e dardi infuocati, colonne di luce al neon dal cielo raggiungono la terra. La cosa mi incuriosisce, la strada punta decisamente verso il centro del fenomeno. 'La macchina è un posto sicuro quando ci sono fulmini' risuona come un jingle nel mio cervello, mentre rigurgiti di memoria di fisica mi suggeriscono le parole 'gabbia di Faraday'. Non ricordo assolutamente niente né della gabbia né di Faraday (né del perchè lo tenessero in gabbia), ma ho deciso di fidarmi di me stesso tempo fa e non posso darmi una delusione. Continuo a guidare.
Lo spirito del ricercatore/sperimentatore si impadronisce di me, sono un incrocio tra Piero Angela e Beniamino Franklin, che girava con le aste metalliche sotto i temporali, a caccia di fulmini. Ormai ho un interesse scientifico, voglio vedere da vicino, voglio essere un ciglio nell'occhio del ciclone.
Le macchine sollevano nuvole di acqua che resta sospesa a mezz'aria. Io faccio in rapida successione due pensieri:
1) l'acqua nebulizzata deve essere un gran conduttore per l’energia elettrica
2) chissa come deve essere essere colpiti o sfiorati da un fulmine quando si è dentro la macchina (fuori, sinceramente, non mi interessa saperlo).
Un lampo di luce bianca ed un boato breve, secco ed assordante rispondono quasi immediatamente ai miei pensieri, confermando e soddisfacendo le mie fantasie. Fulmini su ordinazione, una sorta di take away meteorologico.
Elettrizzato dall'esperienza, continuo a guidare.
A Rosarno l'auto di fronte a me mette la freccia e rallenta per imboccare lo svincolo d'uscita, mi sposto sulla sinistra per superarla.
Rosarno, nottetempo, deve essere stata spostata dalla Calabria in Veneto, lo capisco dal fatto di ritrovarmi di colpo in laguna. Mi secca non essere stato avvertito, mi secca un po' di più sentire la macchina che pattina sull'acqua, senza controllo e mi secca molto di più vedere il guard-rail a sinistra, che mi viene addosso.
Do una sfrondata agli oleandri, con lo specchietto retrovisore. Mentre penso a quanto potrei chiedere all'Anas come compenso da giardiniere, evito l'impatto con il guard-rail e mi dedico alla sbandata di ritorno verso destra.
Lì non trovo nessuno da investire, la cosa mi fa piacere, lo ammetto, quindi mi ritrovo nuovamente in asse.
Continuo a guidare, ma per dieci minuti non parlo neanche con me stesso. Mi ritrovo, non so bene perchè, a ragionare di massimi sistemi.
Il viaggio continua. Allo scollinamento di S.Onofrio, mentre penso all'orso di Nonna Papera, mi accorgo di qualcosa di bianco e viscido sull'asfalto. Neve nell'inverno che non è mai nato, sicuramente una sorpresa.
A passo d'uomo molto anziano seguo la colonna di pellegrini autostradali, finchè non torniamo al livello del mare e la neve scompare.
Dopo due ore e mezza e tre caffè dall’inizio del viaggio, raggiungo il regno di Catan-Sauron e posso serenamente iniziare la mia giornata lavorativa.
Tra la nona e la decima ora di lavoro decido di andare a casa (quella locale, della settimana lavorativa), ma prima passo dalla palestra dove stanno lavorando i miei terapisti.
Mentre scambio con loro gli ultimi pensieri professionali della giornata, uno dei bambini alle mie spalle decide di vomitare.
'Tranquillo' mi dice un terapista 'non è vomito, ha solo sputato lo spumante che aveva appena bevuto dalla bottiglia, ho visto tutto'.
'Tranquillo...?'
'Spumante...?'
E' evidente che nessuno ha pensato ad eliminare la bottiglia usata per brindare, nella pausa pranzo, al compleanno di una collega, lasciandola (la bottiglia, non la collega) in un armadio semiaperto.
Mi rendo conto che al mio licenziamento esiste solo l'alternativa dell'hara-kiri. Resto in attesa di sentire le sirene dei Carabinieri che mi vengono a prendere, inizio a pensare a quanti terapisti trascinerò con me nel baratro.
Le sirene, però, non arrivano. Restituiamo, dopo scrupolosa visita ed osservazione il bambino alcoolizzato al genitore ignaro. Il bambino non mostra cedimenti, reggono bene l'alcool queste nuove generazioni.
Finalmente vado via, arrivo a casa.
Qui trovo solo l'avviso minaccioso del padrone di casa, che domani verrà a riscuotere l'affitto.
Sorrido, mi spoglio, mi corico e spengo la luce.
Grazie Mondo, per giorni come questo.
Domani prendo la corriera per Saturno.
Buonanotte.
Sottotitolo: Ma a volte questi se la cavano.
La settimana scorsa, dopo diversi mesi di rinvii e ripensamenti, mi sono obbligato ad andare dal dentista. Per molte persone questo evento si accompagna, abitualmente, ad un senso di morte imminente, con attacchi di panico subentranti, importanti fluttuazioni del tono dell’umore (dalla depressione nera agli episodi maniacali) e la tendenza a mettere in atto comportamenti inadeguati, quali la fuga ('Purtroppo un imprevisto di lavoro mi ha costretto a partire'), la negazione ('Sa, dottore, di colpo non mi fa più male') o il tradimento ('Guardi che mio fratello ha delle carie, che al confronto le mie fanno ridere… Vuole vedere prima lui?').
Io, in effetti, non ho grossi problemi a sedermi sulla poltrona degli orrori, diciamo che non faccio i salti di gioia, ma mi adeguo. La scorsa settimana, quindi, dopo un lungo viaggio tra provinciali, statali ed A3, stavo bruciando gli ultimi incroci, per arrivare in tempo dal dentista.
Ci sono poche cose sicure nella vita, una di queste è che se hai fretta, ti succede un imprevisto. Il mio imprevisto era una volante della polizia, al ciglio della strada e due solerti tutori dell’ordine, armati di paletta.
'Favorisca patente e libretto', la frase di rito.
[Digressione n°1: ai tempi della mia vita messinese capitava spesso che, nottetempo, di ritorno verso casa, dopo aver chiuso la città, io e nonenti ci dedicassimo al gioco 'facciamoci fermare dalla polizia'.
Il gioco era semplice ed aveva un razionale inattaccabile: si puntava una pattuglia che effettuava fermi di controllo e, una volta controllato che avessimo tutto in ordine e le cinture fossero allacciate, le si passava davanti n volte, finché non si veniva fermati.
Tutto questo per una ineccepibile applicazione pratica della statistica alle nostre vite.
Il concetto era questo: la polizia, statisticamente, ti ferma tot volte durante un anno, in questo tot di volte hai un certo numero di probabilità che prima o poi ti becchino in difetto di qualcosa, perciò, riuscendo a farsi fermare più volte, quando si è in regola, raggiungi il tuo tot di controlli e la statistica non ti frega più. Chiaro, semplice e vistosamente delirante.]
Alla richiesta dell’agente, invece, ebbi subito l’impressione che qualcosa non sarebbe andata per il verso giusto, che ci fosse qualcosa di importante che avevo dimenticato. Anche neuromino si era riscosso, come sempre quando le situazioni si complicano ed aveva raggiunto i miei lobi frontali, per controllare cosa stesse succedendo.
'Si è accorto che ha l’assicurazione scaduta?'
Ecco. Ecco cos’era che avevo dimenticato di fare: esporre il nuovo contrassegno…
'Tranquillo, adesso applichiamo il programma diplomazia 3.0 e successivi aggiornamenti ed assumiamo l’atteggiamento 'persona_onesta_con_evidente_autostima_incrinata_per_la_dimenticanza', che di solito funziona' mi rassicurò neuromino.
'Va bene, proviamo', pensai.
Mentre, forte dei programmi avviati a livello corticale dal mio neurone di servizio, iniziavo le trattative con il primo poliziotto, il secondo aprì la patente e, leggendo il mio cognome, mi chiese:
'Signor saggezza, per caso suo padre fa l'insegnante?'
'E' fatta - mi disse neuromino – questo qui è un ex alunno di tuo padre, è cosa nostra..., è fatta, è fatta!'
'Sì, ma ora stai buono e fammi parlare' pensai, rivolto a neuromino.
'Sì, signor agente, mio padre insegna all’Istituto Industriale' risposi. E poi aggiunsi, con aria di intesa: 'Perché, è stato suo professore?'
'Sì, mi ha bocciato al quarto'
'Occàzzo' pensai.
'Occàzzo' ribadì neuromino.
[Digressione n° 2: mio padre. Mio padre è una persona complessa, difficile da descrivere: tecnicamente è un ingegnere nucleare, musicista, professore, astronomo, scrittore.
Suona in modo esemplare almeno tre strumenti (pianoforte, fisarmonica e chitarra), ma sono convinto che se gli mettessero in mano un corno tibetano, comunque se la caverebbe. Ricordo che, quando, da bambino, all’epoca dei miei approcci alla chitarra, mi capitava di suonare ad orecchio con lui, era capace di uscire con frasi del tipo: 'No, non senti che qui ci va un fa diesis settimo, diminuito, perifrastico, paragnosta, con la quinta eccedente?'. No, non lo sentivo e, francamente, non lo sento neanche adesso...
Mio padre insegna ai suoi alunni a costruire impianti elettrici, un giorno sbirciai i voti sul suo registro: il più alto era 4+, perciò gli chiesi se non pensava di essere un po’ troppo severo; mi rispose quello che diceva ai suoi alunni: 'Se vi metto un voto alto e poi voi morite attaccati all’impianto elettrico che non saprete costruire, siete più contenti?'. Non faceva una grinza.
Per non dire di quella volta che lo trovai con dei fogli pieni di calcoli, grafici ed equazioni. Gli chiesi cosa stesse facendo e lui: 'Niente, sto calcolando quando finirà il mondo'. 'Interessante – ripresi – e si potrebbe sapere più o meno per quando è previsto? No, sai, così giusto per saperlo ed organizzarmi due o tre cosette...'. Mi spiegò che una sonda lanciata dagli Americani, qualche settimana prima, doveva fare un giro di accelerazione intorno alla Terra, prima di lanciarsi verso non so quale pianeta; questa sonda aveva un motore al Plutonio, che, nell’ipotesi di una ricaduta sulla Terra, avrebbe estinto la vita su un numero spropositato di milioni di chilometri quadrati, una apocalisse.
Poi aggiunse che esisteva una probabilità su un milione che nel giro di accelerazione la sonda potesse ricadere sulla Terra, perciò, applicando la legge di Murphy, si poteva stabilire il tutto con discreta approssimazione.
Se ci fosse il maestro Yoda forse spiegherebbe tutto questo con una frase del tipo 'la follia scorre potente nella vostra famiglia' ed in effetti non saprei dargli torto.]
Restai senza parole e mi limitai ad allargare le braccia, a metà tra un senso di discolpa e di resa, poi l’imbarazzo del momento fu superato dal primo poliziotto (sul quale, evidentemente, aveva funzionato il programma lanciato da neuromino), che disse: 'Se ti ha bocciato, ha fatto bene, deve essere una brava persona'.
L’ex alunno non commentò, ma ridandomi i documenti mi disse, molto serio: 'Vada, per questa volta, ma si ricordi di esporre l’assicurazione'. Poi aggiunse: 'E mi saluti suo padre'.
Evidentemente era uno degli alunni convinti dal discorso sugli impianti e sulla morte...
'Grazie – risposi, con lo sguardo un po’ basso – e mi dispiace per la bocciatura...'
Vidi che si irrigidiva ulteriormente, allora neuromino, prese il comando dei miei neuroni, girò la chiave, premette sull’acceleratore e mi portò via rapidamente, prima che combinassi altrri danni.
Baci a tutti, anche se non assicurati.
E’ buio in autostrada. C’è una curva pericolosa verso sinistra, poi un curvone lungo a destra e poi ancora una curva lenta a sinistra. Lì mi arrivano davanti le luci dello svincolo di Bagnara.
Sto guidando da troppo tempo, sono stanco.
Passano le luci dello svincolo, la strada si flette leggermente in discesa, un’ultima piccola curva e lo Stretto si apre di fronte a me.
E’ sempre qui che mi aspetta, ogni volta uguale ed ogni volta diverso. Oggi è fermo, irrealmente immobile. E’ triste, lo vedo. Lo sento.
Il tempo, di colpo, si inginocchia, si ripiega su se stesso, come quando arriva una fitta nello stomaco e ti toglie il fiato.
Ora non so più da quanto tempo manco da casa, forse sono andato via ieri, forse manco da quindici anni, di colpo ho tutte le mie età insieme: ho diciotto anni e sto attraversando il mare verso una dimensione ignota e verso la mia prima casa, con lo zaino sulle spalle; ne ho ventiquattro e sono sulla nave con lei, il cui viso inizia davvero a sbiadire nel ricordo. Forse ne ho ventisette e sto tornando, sconfitto, con ciò che rimane di una rosa rossa in mano o sto andando a Messina per montare di guardia e per conoscere il dolore ed imprimerlo nella mia mente. Forse in questo momento sono sopra Cariddi, a pescare, oppure a Reggio, sul mio lungomare a passeggiare con un amico.
La galleria mi inghiotte all’improvviso. Le luci disegnano le pareti, che diventano le pliche di un ventre mostruoso. Sono Pinocchio nella pancia della balena, sono il figlio che cerca il padre, sono il figlio che è andato via da casa e che, scappando ancora, forse cerca di tornare.
La notizia mi ha raggiunto a
Eccomi, sono tornato, sono di nuovo qui. Sono figlio dello Stretto, io. Faccio parte di questa gente, abituata da sempre a vivere sulle sponde, in frontiera, a Sud del Sud. Gente che vive nel dolore e nel fatalismo, gente che piange il giorno che il terremoto ha fatto crollare la casa, ma che il giorno dopo la ricostruisce esattamente lì dov’era.
Faccio parte di questa gente che vive sullo Stretto e che un giorno, di fronte alle lamiere contorte di una nave squarciata, di fronte alle vite schiacciate ed alle vite sospese, si ritrova a piangere, a stringersi intorno, a dare aiuto, con tutto ciò che solo secoli di vita comune e di generazioni nate e cresciute su queste sponde hanno potuto insegnarci: la compassione e la solidarietà, forti come il nostro orgoglio.
Perdonami se quel giorno io non c’ero: io che, questa tua acqua, vedo, tocco, annuso ed ascolto sin da bambino, avrei voluto esserci, stare vicino alla mia gente. Ho pensato, in questi giorni, a quante volte ho attraversato questo mare: sono arrivato a calcolare tremila viaggi. Tremila viaggi sono un lungo cammino, sono tremila pensieri rivolti al mare, sono tremila gocce di acqua salata sui vestiti.
Oggi sono tremila lacrime per i figli strappati.
La balena mi vomita di nuovo fuori, adesso Scilla è lì sotto che, attraverso i vicoli e le luci di Chianalea, si specchia nel mare, cercando di ricordare quando era ancora giovane e bella.
Un rumore nell’acqua la distoglie, lo sguardo va verso gli scogli: è Ulisse con i suoi compagni che sta passando sul suo guscio di noce.
Non li rapire, Scilla, ti prego, non li strappare ai loro amori lontani, non stasera. Stanno viaggiando da troppo tempo, sono molto stanchi e adesso hanno solo voglia di tornare a casa, falli passare, fai che la morte non li fermi oggi…
E’ buio in autostrada. C’è una curva pericolosa verso sinistra, poi un curvone lungo a destra e poi ancora una curva lenta a sinistra. Poi, dopo lo svincolo, la strada si flette leggermente in discesa, un’ultima piccola curva ed io capisco che sono tornato a Casa.