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venerdì, 24 luglio 2009
Santa Caos

Caro Babbo Natale,

 

forse ti stupirai di ricevere una lettera in questo periodo, ma da parecchio tempo, ormai, io ho la sensazione che l’anno finisca adesso e non a dicembre: questo è il periodo in cui comincio ad arrancare, mentre mi sembra che le ferie siano come un miraggio che più ci si avvicina e più diventa inconsistente. Per questo ho deciso di scriverti ora, immerso in quella che ormai ci hanno insegnato a chiamare la bolla africana.

 

In effetti è passato molto dalla mia ultima lettera, mi rendo conto, ma purtroppo, quando ero ancora bambino, degli adulti privi di scrupoli hanno iniziato ad insinuare nella mia mente il dubbio che tu non esistessi: mi dicevano che non era possibile che un vecchio signore, senza neanche la tessera della mutua o la carta d’argento, potesse sobbarcarsi viaggi intercontinentali solo per fare dei regali ai bambini; hanno malignato sul fatto che tu sfruttassi il lavoro minorile dei tuoi folletti, mi hanno detto che vestivi di rosso solo perché eri sponsorizzato dalla coca-cola e tante altre cattiverie sul tuo conto, finchè non sono riusciti a convincermi che forse davvero tu non fossi reale.

 

Ultimamente, però, ho riflettuto e mi sono detto: ma se posso accettare un mondo in cui esistono Calderoli e l’isola dei famosi, perché non posso pensare che esista anche Babbo Natale? E quindi eccoci qua.

Non ho regali da chiederti, piuttosto mi piacerebbe farti qualche domanda e sapere da te come la pensi su alcune cose che in questa delirante fine-anno mi girano in mente. Chi meglio di Babbo Natale sa dare risposte? Ti faccio subito un elenco:

 

Apprendo da un’interessantissima ed educativa pubblicità di un prodotto antidiarroico che il complesso fastidio intestinale possa nascere dall’accelerato metabolismo nella digestione di alcuni alimenti. La signorina di turno (che non ha l’aria particolarmente colitica), in effetti, coglie una fragola e la mangia, mentre una specie di orologio nella sua pancia inizia a correre. Certo, il fatto che colga una fragola da un albero mi fa venire il dubbio che il malore sia per lo più legato alla natura del frutto che ingurgita, visto che alberi di fragole io non ne ho mai visto (pensa che pericolo ho corso, finora, a tenere le piante di fragole nei vasi sul balcone).

 

Perché le mamme delle pubblicità, quando i loro figli si macchiano di fango come dei suini adulti o si spalmano i gelati sulle magliette o rovesciano litri di frullato sulla tovaglia buona, reagiscono sorridendo e prendendo, allegre, il supersmacchiatoreturboionico? Non pensi che sia un messaggio devastante e del tutto fuorviante per i bimbi? Non credi che potrebbero avere serie ripercussioni sulla loro salute fisica e mentale nel prosieguo della vita familiare? Forse la telecamera stacca quando le mamme gonfiano i bambini come delle zampogne e riprende ad inquadrare dopo che le genitrici si sono strafatte di Lexotan? Mah…

 

Cosa ne pensi del fatto che io, che pensavo di fare il medico, ho scoperto che da ora fino a quasi la pensione dovrò lavorare per la banca? Secondo te pagare un mutuo per la casa vale un cambio di professione così?

 

Con chi si infratta, secondo te, la ragazza bionda della TIM? Con il biondo erotomane (dal sorriso cannabinoico), con lo sfigato col cappello (che ancora non ha capito che la sua ex l’ha lasciato perché stufa di sentire concerti fatti con una sola canzone ripetuta 25 volte) oppure con il terzo melaninico personaggio che silenzioso sembra aspettare il momento buono per concludere?

 

Perché le profezie di Nostradamus si svelano sempre dopo che succede qualcosa di grave? Si potrebbe, per una volta, sapere prima di quale accidenti stiamo per schiattare?

 

Perché noi umani abbiamo rinunciato alla coda nel corso dell’evoluzione? Io credo che sarebbe stato molto più comodo averla, magari prensile: ci sarebbero state un sacco di cose fattibili prima e meglio (come lo schiacci il tasto del citofono quando hai i pacchi della spesa nelle mani?).

E soprattutto, forse, io non sarei adesso, bloccato a casa, con la regione sacro-coccigea in fiamme a guardare il miraggio delle ferie svanire sempre di più…

 

Ti ringrazio per l’attenzione che ti ho rubato, spero di avere risposte o perlomeno tue notizie. Un’ultima cosa, se proprio non ti è di troppo disturbo: non è che con le risposte mi manderesti anche una pista Polistil, completa di macchinine (quella che mi hai portato quasi 30 anni fa non funziona più). Grazie e a presto, tuo

saggezza.

 

PS: salutami la Befana, se la vedi.

Postato da: saggezza a 18:03 | link | commenti (5) |

giovedì, 28 maggio 2009
Bufalo blog

Ormai lo so, l'ho capito.

Sono rimasto indietro, il mondo mi ha superato e non mi ha nemmeno fatto un colpo di clacson mentre mi sfrecciava accanto.

 

Le nuove prospettive e la tecnologia della comunicazione telematica mi risultano estranee, non riesco ad entrare in processi che, invece, vedo governati dalla maggior parte delle persone intorno a me. Questo pensiero, nell'arco degli ultimi mesi, è diventato chiaro, brillante, a dimostrare in maniera lampante un concetto di poche parole: non mi piace facebook.

 

Fin qui niente di originale o eclatante, lo ammetto. Ma è proprio il fatto che non sento il bisogno di niente di eclatante, che, a volte, mi fa sentire ai margini. E poi, non so perchè, ma mi sento molto più credulone e romantico di prima.

Non sopporto i social network ed essermi registrato mesi fa su facebook, mi rende ancora più contrastante questo pensiero contrastato. Il non innamoramento con facebook deriva dal fatto che non mi sembra un'opportunità di comunicazione, ma piuttosto ne sembra la tomba.

Non originali pensieri contrastanti e vecchi di saggezza, mi dico. Forse avrei potuto scegliere prima tra la vita del blog e la "tomba" di facebook... Forse sì, ma poi chissà? Può darsi, non lo so.

 

In questo percorso di rifiuto mi ritrovo a riaprire il blog, con gravi sensi di colpa verso questo spazio, che mi ha accolto e divertito a lungo, con l'idea che tra blog e facebook la differenza salta agli occhi: facebook ha la strada segnata, il blog può scartare di lato... ed a volte cadere anche nel dimenticatoio, ma vive comunque una vita propria, libera e indipendente.

 

Il pensiero si distorce, arriva all'idea che il blog sia un vecchio strumento di comunicazione, rispetto al nuovo social network, come una carta da lettere rispetto ad un sms. Così, distorto come mai, ricomincio a scrivere su questa carta, che è elettronica, ma non sa di esserlo.

 

Ora mi viene da dire che c'è chi scrive per rubare attenzione e c'è chi scrive per amore; sui social network si scrive sempre per giocare, ma io in questo gioco non sono certo il migliore, perciò ritorno ai balocchi conosciuti, al mio blog di legno, a carica meccanica.

Non so neanche se ci sono ancora persone da queste parti, ora mi volto a guardare e forse non ne troverò più, ma fa niente, qualcuno ripasserà prima o poi.

 

Adesso avrei voglia, in questo pomeriggio triste, di stare di nuovo con i miei amici, in piazza o per strada a contemplare la confortante meccanica dei rapporti umani che ci uniscono, senza bisogno di chiederci l'amicizia per iscritto, così, certo, diminuirebbe la nostra fatica ed aumenterebbe l'ottimismo per il domani.

 

In più mi viene un ultimo pensiero: da un mondo di blog senza nomi, ma molto personale, mi sono ritrovato in un mondo virtuale, fatto tutto di nomi (compreso il mio), ma vuoto come un circo di terza classe, a girare nel web.

Perciò, adesso e qui, firmo, col mio nome firmo... e il mio nome è saggezza.

 

(Un particolare grazie a Francesco De Gregori)

Postato da: saggezza a 18:11 | link | commenti (6) |

martedì, 16 settembre 2008
Pazza Ikea

Piove.

Piove forte.
Non succedeva da almeno tre mesi. Forse sono cadute due o tre gocce un paio di settimane fa, poca roba. Una scarsa diuresi celeste, direi, altro che 'plin plin'.

[Digressione parapromozionale: da quando le lobbies delle acque minerali hanno dichiarato fuorilegge il sodio e convinto tutti che sia pericoloso e cattivo almeno quanto le doppie punte, il calcare ed il colesterolo, il 'plin-plin' ha rappresentato il punto più basso raggiunto dalle crociate oligominerali, persino peggio de 'l'acqua che elimina l'acqua' e 'l'acqua con zero calorie'. Mah...]

La pioggia lava l'aria, gonfia la terra, elimina la polvere dalle strade. Oggi mi sento come una strada nel deserto, con la pioggia che mi cade addosso e ripulisce la mia mente. I miei pensieri se ne sono accorti e sono usciti fuori dai loro rifugi, come uomini dispersi di una carovana e che oggi riprendono a bere ed a vivere. Sono pensieri diversi, anarchici, privi di logica e, credo, anche irrimediabilmente segnati dalla prolungata permanenza al sole del deserto.

Il primo pensiero cammina con passo veloce, guardando a terra: sta mormorando qualcosa sulle ferie ed ha un tic nervoso all’occhio.
Il secondo passa ballando e guardando in alto, mentre canta 'I will survive' (che la stia cantando in falsetto insinua ragionevoli dubbi sull’adeguatezza dei miei pensieri).
Il terzo è un gigantesco bambino Rom di 180 chili e sta apponendo, con metodo e vigore, le sue impronte digitali sulla faccia di Maroni e Calderoli (il fatto che rida divertito del rumore che produce insinua ragionevoli dubbi sulla bontà dei miei pensieri).
Il quarto si chiede, in rapida successione, su quanti canali nazionali trasmettano 'Friends', se abbia eliminato abbastanza sodio per oggi e che cosa sia quel mobile lì, accanto alla porta.

Già, ho un mobile nuovo. Veramente ho anche una casa nuova, in cui mi sono trasferito temporaneamente, ma del fatto che questo sia stato il mio tredicesimo trasloco, negli ultimi dieci anni, vi parlerò, forse, in futuro.

Il mobile in questione, che ha attirato l’attenzione del mio pensiero (e adesso anche la mia), è una scarpiera, di quelle belle, moderne, che pubblicizzano in televisione. Una scarpiera salvaspazio, economica e che diventa persino 'elemento di arredo'. Una cosa meravigliosa, che nella vita devi riuscire a possedere, prima o poi.

Tutto è iniziato qualche giorno fa, quando Coleichemiresemarito tornò dal Mega Centro Commerciale con uno scatolo misterioso, dicendomi: 'Appena puoi* (* = immediatamente, in gergo matrimoniale) ti occupi tu di montarla?'
S
ullo scatolo stretto e lungo (ed incredibilmente pesante) tutta una serie di disegni spiegavano, al di fuori di ogni ragionevole dubbio, che all’interno c'era una scarpiera. Altri disegni, poi, spiegavano molte altre cose interessanti sulla scarpiera, alle quali nessun acquirente sarebbe mai arrivato da solo:
Un disegno raccomandava di non metterla sotto la pioggia: in effetti per quelli che scelgono di tenere la scarpiera in cortile e scendono in pantofole ogni mattina per infilare le scarpe, la pioggia è sicuramente un problema non da poco, perchè danneggia vistosamente il legno.
Un altro disegno raccomandava di non dare fuoco alla scarpiera: evidentemente non è un mobile adatto all’acquirente piromane che, si sa, ama particolarmente comprare mobili e poi incendiarli nel corridoio di casa.
Un terzo disegno, il più illuminante, raccomandava di non salire con i piedi sulla scarpiera: questo suggerimento, evidentemente, risulta indispensabile a tutti coloro che la sera ripongono le scarpe nella scarpiera, senza ricordarsi, prima, di toglierle dai piedi.

Quando, superati lo stupore e l'ammirazione per i disegni esterni, passai all'apertura dello scatolo magico, mi resi conto che una divinità maligna, forse un demone anatomo-patologo, aveva sezionato, scollato e disarticolato la scarpiera, riducendola ad un ammasso di assi, viti, chiodi, giunti e listerelle, alle quali, per sua natura malvagia, aveva anche assegnato dei numeri, che poi aveva provveduto a trascrivere, completamente modificati, nel praticissimo manuale di istruzioni.

Il lavoro di assemblaggio fu una sfida eccitante, mi sentivo come un chirurgo di fronte al caso disperato, il paziente da salvare e da rimettere insieme, cucendo, tamponando, avvitando ossa e suturando arterie, roba da far impallidire tutti gli specialisti di E.R. e delle altre 150 stucchevoli serie di fantascienza sul mondo della Medicina.
Dopo un intervento di circa tre ore, dalla sala operatoria uscì la più bella scarpiera che avessi mai curato: alta, bella, sottile, integra e funzionante in tutti i suoi sportelli e cerniere.

Fu una soddisfazione piazzarla insieme a Colei nel posto d'onore, accanto alla porta della stanza.

Mentre la guardavo, ancora preso dall'emozione di averle ridato la vita, mi si ricreò in mente la domanda che mi viene ogni volta che vedo la pubblicità delle scarpiere ultrasottili: 'ma come fanno ad entrarci le scarpe?', perciò presi la prima scarpa che mi trovai a tiro, la misi nel primo ripiano, richiusi lo sportello e trovai finalmente la risposta.

Le scarpe non ci entrano.

I tentativi di inserimento successivi non fecero che confermare questa evidente verità, le scarpe restavano fuori di un bel pezzo (è vero che porto il 45, ma in quello spazio non entra niente sopra il 40). 'Vabbè – disse Colei – almeno ci mettiamo le mie che dovrebbero entrare'.
Provammo, ma appena richiuso lo sportello del ripiano più alto, sentimmo: tum, tu-tu tum... tum. Un rumore non privo di un certo sound, pensai.
Riaprimmo lo sportello, ma le scarpe non c’erano più, fu necessario arrivare all'ultimo sportello in basso, per ritrovarle incastrate tra le stecche del ripiano.

Adesso abbiamo un'oscura presenza dentro casa, una scarpiera inutile, che sembra guardarci con aria di sfida. Questo non era disegnato sullo scatolo.

Ora vi lascio, con un consiglio: andate su e-bay in questi giorni, potreste trovare una scarpiera salvaspazio ad ottimo prezzo, che non potete lasciarvi sfuggire...

Saluti&baci.

Postato da: saggezza a 00:23 | link | commenti (24) |

domenica, 13 aprile 2008
Coffee break, business brunch and stockfish dinner

E’ indubbio: non riesco ad aggiornare il blog come una volta.

Non che sia stato sempre costante, però la mia latitanza sta diventando cronica. A contribuire a questa latitanza si è messo anche il mio trasferimento lavorativo (tra febbraio e marzo) e relativo ritorno alle patrie contrade.

Molte emozioni, in questo periodo, hanno fatto l’autoscontro al mio interno e neuromino si è procurato per l’occasione un elmo protettivo, residuato bellico dei periodi in cui mi sentivo “come un treno che viaggia su un binario morto e continua ad accelerare, pur sapendo che alla fine del binario c’è un muro”.

 

Non mi va adesso di parlarvi della difficoltà a staccarmi dalle persone con cui ho lavorato e vissuto per quattro anni, né delle sensazioni provate nel ricevere un biglietto di saluto di alcuni bimbi, in cui, sotto cuori e disegni colorati, una mano incerta chiudeva con “buon viaggio, non mangiare troppe caramelle”.

Non saprei come spiegarvi, ve ne rendete conto, credo.

 

Però posso parlare del nuovo lavoro. In particolare del primo incontro con la mia nuova équipe, il momento in cui ho iniziato a conoscere i visi ed i nomi di nuovi compagni di viaggio, con la sensazione di rimettermi di nuovo in gioco e di cominciare una nuova partita.

Ci sono state molte domande e ci siamo scambiati molte informazioni, come è giusto tra persone che devono iniziare a fidarsi reciprocamente.

 

Alla fine della riunione mi hanno portato a visitare i piani superiori della struttura. Pensavo di avere finito di ricevere domande e di parlare di me, quando, appena chiusa la porta dell’ascensore, proditoriamente e a bruciapelo il Referente dell’équipe mi ha chiesto:

‘Ma tu come sei messo a pesce stocco?’

 

Avevo capito di avere già superato un primo esame, per essere ammesso a questa domanda, così ho risposto prontamente:

 

‘Bene, quando volete ci sono’

 

‘Allora me la vedo io, non ci sono problemi’

 

Il mio nuovo lavoro è iniziato sotto un aspetto strettamente professionale, è evidente. Mercoledi è prevista la prima cena ed io sto entrando in preparazione eno-gastronomica da oggi: non posso deludere i miei nuovi colleghi.

 

Statemi bene, mangiate sano e bevete bene: può sempre fare curriculum.

Postato da: saggezza a 11:56 | link | commenti (17) |

lunedì, 28 gennaio 2008
C'è un paio di scarpette rosse (Joyce Lussu)

C'è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica
Schulze Monaco
c'è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio di scarpette infantili
a Buchenwald
più in là c'è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane
a Buchenwald
servivano a far coperte per i soldati
non si sprecava nulla
e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas
c'è un paio di scarpette rosse
di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald
erano di un bimbo di tre anni
forse di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini
li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l'eternità
perché i piedini dei bambini morti non crescono
c'è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perché i piedini dei bambini morti
non consumano le suole...

Postato da: saggezza a 14:11 | link | commenti (1) |

venerdì, 21 dicembre 2007
Questo post è molto lungo e ne contiene un altro e forse di più

Sono ancora qui.
In realtà non me ne sono mai andato, ho solo passato un po' di tempo senza scrivere. Eppure, di cose, ne sono successe:

ho cambiato stato civile, passando, attraverso il mio grosso grasso matrimonio barcellonese (nel senso siciliano del termine), da celibe a coniugato e Coleichemistrappòdaisingles ha cambiato nome, diventando Coleichemiresemarito;
io e Colei (il diminutivo è per questioni di risparmio) abbiamo avviato la convivenza nella nostra nuova casa antica, l'unica casa che non sa di esserlo e crede di essere una nave (di notte, quando piove e sferza il maestrale, io e Colei diventiamo i Capitani coraggiosi sulla tolda, in preda alla bufera, tra acqua da asciugare e tende da ammainare. Ma io, ogni tanto, dritto sul cassero, fumo la pipa);
sono tornato alle soglie del Grande Nord, di là dell'Oceano, tra giubbe rosse, inuit, trappers e discendenti di Ken Parker, con la scusa di andarci per lavoro;
sto cambiando lavoro (nel senso della sede), lasciando le oscure terre di Catan-Sauron, per tornare alle natie sponde reggine.

Al di fuori di tutti questi argomenti, però, oggi ho deciso di riprendere a scrivere, partendo da un altro fatto, accaduto quest'estate e che ha rischiato seriamente di determinare la chiusura per lutto di questo blog.
Il post si chiama (da molto tempo era stato nominato così):

L'ultima cosa che fece Kimma fu di salvarmi la vita

Lunedi 6 agosto 2007.
Maledetta autostrada. Non è uno schifo, è una vergogna. Maledetta autostrada.
E' una vergogna che qualcuno possa decidere del mio tempo, costringendomi a buttarlo su 50 chilometri di cantieri d'asfalto. Maledetti.

Ed è una vergogna pure che per un lavoro di dieci minuti, oggi, mi siano state revocate le ferie. Per un lavoro inutile, per giunta. Una giornata intera bruciata. Maledetti. Non so neanche bene chi, ma maledetti comunque.

Tra l'altro ho addosso una stanchezza che mi sembra di piegarmi in due. Avevo bisogno di queste ferie, anche solo per capire ed imparare la mia nuova vita, per passare da sposo a marito, dico a me stesso. Maledetti.
Non ricordo la strada che ho fatto fino a qui, ora che questo rettilineo mi porta verso la collina e gli occhi si confondono tra cielo, mare ed asfalto. Gli occhi. Mi bruciano, sono due pietre che rotolano su questa strada.
Stanco.
Arrabbiato, stanco.
Ora, ora mi riprendo.

Riapro gli occhi, la cunetta ed il terrapieno mi sono addosso, a destra.
Freno, il rumore dell'urto è forte, ma capisco che questa volta non finisce così. La macchina sbanda spingendo il mio stomaco contro il fegato, prima a destra, poi, con più violenza, a sinistra. 'Stavolta non la controllo', questo è l'unico pensiero che con scarnificata certezza si realizza nella mente.
Poi è come un senso di leggerezza: pochi istanti, ma forse sono minuti o ore di silenzio, con la sensazione del distacco, del volo. Poi è il boato, il rumore, che arriva da tutte le parti. E il rumore si moltiplica, si ripete, con il ritmo di una danza, di un sabba primitivo. Sono rumori, sono schegge, vetri, sapore di terra e colpi, colpi sul corpo, sulle braccia, sulle gambe, sulla testa, con il collo che si piega. Si piega (non so più dov'è il mio corpo), il collo si piega. Colpi, sapore di sangue, buio, gli occhi si devono essere chiusi, ma il pensiero si forma lo stesso, lucido: è così che muoio.
Frazioni di secondo: no, se sopravvivo finchè si ferma, forse non muoio. Se resto vivo ancora per un po'... Si fermerà... dovrà fermarsi... si fermerà prima o poi (e se non si ferma?). Si fermerà (e se muoio prima?). Si fermerà? si fermerà...? si fermerà...?

Un rumore ritmico, cadenzato. Una specie di lamento mi risveglia dal buio, riporta la luce, riapre l'udito. Ora lo sento: è un lamento secco, breve, che accompagna il ritmo di un respiro accelerato. E' il mio respiro. Mi sento, sto respirando, mi sto lamentando. Sono fermo (sono fermo).
Sono fermo (sono vivo). Sono fermo su un fianco (sono vivo). La macchina poggia sul lato sinistro contro l'asfalto (sono vivo).
Sono vivo. Sono vivo. Non è più un pensiero, lo sto gridando a qualcuno che sento al di là delle lamiere.
E' vivo, dice il qualcuno a qualcun altro.

Sono vivo, muovo i piedi: rispondono. Escludo la diagnosi di lesione midollare.
E se ho lesioni interne? Maledetta medicina, non mi permette di ignorare serenamente. Propendo comunque per la convinzione di non avere lesioni interne.
E se esplode la macchina? La cosa comincia a farsi seccante, nel dubbio mi viene da girare la chiave e spegnere il quadro della macchina (ma sarà stato ancora acceso? mah...).
Una sensazione di umido mi porta a poggiare la mano sulla testa: quando la ritraggo è completamente bagnata di sangue. In effetti mi accorgo di stare gocciolando rosso.

'Abbiamo chiamato soccorsi per tirarti fuori da lì, aspetta, non ti muovere', mi dice una voce da fuori. 'Va bene' rispondo. Ma non ubbidisco, devo uscire da lì: mi libero dalla cintura, mi contorco e mi metto in piedi. Per uscire sfondo il parabrezza, ormai del tutto distrutto, un ragazzo mi aiuta a piegarlo. Sono fuori.

Intorno c'è un gruppo di persone, si sono fermati a lato della strada. Mi accorgo che stanno guardando un fantasma, dal timore che hanno ad avvicinarsi. Mi siedo sull'asfalto, per convincerli a darmi dell'acqua, devo dire che sono un medico. Non si capacitano ancora come sia vivo, capisco.
Mi specchio nello sguardo di un bambino seduto in una macchina, che cammina a passo d'uomo, a fianco delle altre macchine parcheggiate: dentro i suoi occhi attaccati al finestrino posteriore mi vedo, non devo essere un bello spettacolo.
Verso l'acqua sulla testa, il risultato è una cascata rossa che forma una pozza intorno a me. Mi duole la mano, la guardo e non ho bisogno della laurea per capire che un dito è rotto. 'Questo è rotto, va bene. Ma gli altri ci sono?' è il pensiero successivo. Mi conto le dita, sono dieci, non ne manca nessuno, neanche pezzi. Buono, direi.

Mi volto a sinistra e vedo per almeno venti metri oggetti che mi appartengono: libri, valigie, cd, carte, documenti, è come se il contenuto di Kimma fosse esploso fuori dai finestrini. Kimma...
Mi giro e la vedo, ribaltata sul fianco, sembra un animale ferito. Sono stupido, lo so, ma sento stringere la gola, e dico 'Kimma...'. Il ricordo che ho creato nella mia testa è quello di una macchina che mi sorride, un attimo prima di spegnersi del tutto, consapevole di avermi salvato la vita.

Il resto è routine: l'ambulanza, il pronto soccorso, i punti (con il dubbioso collega che si chiede e mi chiede se sia meglio tagliare o cucire, perchè 'forse questo lembo di cute non attecchisce'), le radiografie, la portantina che mi dice: 'spingo piano la barella, perchè rischia di sbandare' (le rispondo che di sbandate ne ho già fatte abbastanza io, che non si dia pensiero).
Il resto sono i dolori, che poco alla volta emergono e mi fanno compagnia nei mesi successivi.
Il resto è la scena che viene mandata in replica, a grande richiesta, per giorni e giorni, sia da sveglio, che in sogno (ed ogni tanto torna ancora oggi).
Il resto è la ripresa dell'equilibrio, dopo il crollo.

Rimane la consapevolezza di aver ballato con la Morte e di averla guardata dritta negli occhi. E la consapevolezza che non sia né brutta né bella, ma solo fortemente indifferente, a noi ed a qualsiasi cosa ci illudiamo di essere.

Resta solo un ultimo dubbio: ma quando ho chiuso gli occhi, perchè non mi è ripassato davanti il film della mia vita?
Non sarà che anche per morire si dovrà pagare un biglietto? Poi dicono la crisi del cinema...

Sono qui e sono vivo, ben ritrovati a tutti. Buon Natale.
Ciao Kimma.

Postato da: saggezza a 20:33 | link | commenti (15) |

martedì, 26 giugno 2007
Dei matrimoni e delle pene

Ovvero come affrontare una festa e trasformarla in una possibile tragedia e sopravvivervi, senza sapere come, quando e, soprattutto, perchè.

Direi che ci siamo quasi. Mentre il mio stato civile conta i giorni che gli restano da vivere da celibe, stasera un manipolo di pensieri, in rigoroso ordine sparso, si aggira tra la solitudine sinaptica della mia corteccia cerebrale.
Neuromino si è procurato un fischietto ed una paletta e da diverse settimane sta cercando di fare ordine tra di loro, indirizzandoli negli incroci dendritici, verso le diverse aree di stoccaggio.
Il difficile è trovare posto per quei pensieri che, per motivi puramente genetici, non vengono naturalmente presi in considerazione dal cervello maschile (la cui, ormai dimostrata, grossolanità neuro-anatomica, provoca il rigetto verso circa il 95% dei pensieri che, invece, nel cervello femminile vengono classificati come ‘problemi’).
Per questo stasera ho deciso di propormeli qui, così come vengono fuori, senza logica, con la speranza, forse, di capirli e perchè questa esperienza non venga persa, come lacrime nella pioggia...

Del corredo
Nella tua vita da single avevi raggiunto la convinzione che le lenzuola fossero quell’accessorio che si compra, colorato nei modi più graditi, dagli scaffali dell’upim o dell’oviesse. Adesso, invece, scopri che nella casa di lei esiste una cassettiera da cui fuoriesce, senza sosta, un numero spropositato di corredi da letto.
Ti convinci che quella cassettiera rappresenti una porta dimensionale, che dall’altra parte si affaccia su un universo parallelo in cui la vita discende da una trapunta ed il pianeta è dominato da una specie evoluta di ricamatrici. Che riforniscono senza sosta il cassetto.
Ti ritrovi a chiederti come sarà adesso mangiare la pizza, guardando la televisione, a letto, con quelle lenzuola, poi scacci via il pensiero e ne fai già un ricordo: le ricamatrici non apprezzerebbero.

Della bomboniera
Pochi oggetti suscitano vivo disinteresse nell’essere maschile, quanto le bomboniere.
Scopri che si fa presto a dire bomboniera, quando, in realtà, esiste un complesso sistema di codici e regole che governa la scelta. Una di queste regole è che l’oggetto in questione non sia mai stato scelto da altre coppie, nell’arco di 1000 Km e/o tra i parenti/amici/conoscenti, negli ultimi 20 anni. La scelta, ovviamente, si restringe.
Una volta identificati uno o più oggetti misteriosi, viene svolto un incontro bifamiliare di valutazione, a cui possono partecipare anche altre persone, note col titolo di ‘amichedifamiglia’.
Il fatto che l’unico oggetto che ti piace venga scartato immediatamente ti fa sospettare che il tuo voto valga quanto quello di San Marino al consiglio dell’ONU, ma quando ti accorgi che la scelta sta per cadere su quello che speravi venisse scartato subito, capisci che non è così: San Marino, al tuo confronto, è una superpotenza.
Apprendi che l’oggetto candidato appartiene ad una linea di una nota casa produttrice di oggetti inutili, che è stata firmata da Marta Marzotto (ma questo, molto stranamente, non comporta nessun effetto su di te, che continui ad ignorare chi sia Marta Marzotto) ed è qui che l’amicadifamiglia entra a gamba tesa sul tuo matrimonio: ‘Sarebbe bello che sulla bomboniera incidessero i nomi degli sposi’, dice. Eccitato come un bue muschiato tibetano, di fronte a cotanto kitsch, non trattieni un rigurgito sarcastico: ‘Non c’è bisogno – dici, interrompendo il tuo prolungato silenzio – basta che lei si presenti come Marta ed io come Marzotto’.
Lo sguardo gelido del consiglio ti dice che non sei piaciuto, perciò torni nel tuo silenzio, in buon ordine, aspettando una risoluzione di larghe intese.

Dell’importanza dello sposo
Un giorno capisci. Un giorno una semplice battuta illuminerà di certezza quel sospetto che da settimane si era insinuato nella tua mente. Era da tempo che sospettavi di non avere un ruolo centrale nello sposalizio, ma lo comprendi nettamente quella volta che lei, in macchina, ti dice: ‘Oggi ho accompagnato mio fratello a comprare il vestito per il mio matrimonio’.
Interdetto, ma forse non troppo stupito, le chiedi se il suo matrimonio coincida col tuo o se si riferisca ad altro. Le proponi ‘nostro’ quale aggettivo più indicato, ma un sorriso nel suo sguardo ti fa capire che il matrimonio è nettamente suo.
Se poi pensi di arrivare secondo, ti sei sbagliato di nuovo, in realtà arrivi a malapena quarto. Il matrimonio è (nell’ordine):
1) di lei
2) di sua madre
3) di tua madre
4) tuo, sempre se qualche zia non ti batte in volata

Della lista nozze
Qui ti devi giocare bene le carte, perchè hai un piccolo margine decisionale (ma proprio piccolo) e non puoi certo permetterti di perderlo.
Nella lista nozze c’è un numero spropositato di oggetti: ci sono servizi di piatti per i giorni feriali, per la domenica, per i giorni festivi civili e per quelli religiosi, con ulteriori differenze in base al fatto che servano per una festa familiare, un pranzo di lavoro o una cena con gli amici. Ripensi a quanti piatti di plastica hai usato nella tua vita precedente, poi riponi il pensiero accanto a quello della pizza a letto.
C’è anche un porta pane in argento, che già sai che non utilizzerai mai nella tua vita, dal prezzo esorbitante. Non puoi non pensare che il tuo portapane, per anni, è stata la busta di carta del fornaio.
Mentre rifletti su queste cose vedi dei bicchieri che ti piacciono e pensi che è giunto il tuo momento, l’attimo in cui, finalmente, farai pesare la tua presenza, per cui, deciso, dici a lei ed alla solerte commessa: ‘Mettiamo anche questi bicchieri nella lista’.
Lei e la commessa, che ormai sembrano amiche di vecchia data, ti guardano, accanto ai bicchieri che vorresti e poi si guardano. Nei loro occhi leggi un pensiero comune, intriso di un ignobile sentimento di accettazione/commiserazione, che nasce dal sodalizio femminile. ‘Poveretto, non è colpa sua se è nato maschio’ si dicono senza parlare e, con un sorriso che (non sai come) si fonde con un sospiro, ti accontentano: ‘Va bene’.
Era da quando chiedevi a tua madre di comprarti le zigulì che non ti sentivi così.

Del mettere su casa
Ristrutturare casa può essere un evento anche positivo, ti ritrovi ad organizzarti uno spazio tuo, a crearti un posto dove tornare. Il fatto, poi, di andare a vivere nella casa che era del nonno di tua nonna rappresenta ancora un valore aggiunto alle tue scelte di vita, indubbiamente.
Però devi stare attento. Non ti dovresti fidare di quel ragazzo dall’aria bonacciona che, dopo avere lavorato a casa tua come piastrellista, ti si propone, come pittore, per imbiancare le mura di casa.
Invece ti fidi e quando apri la porta di casa, dopo qualche giorno, per vedere il lavoro finito, capisci l’errore che hai commesso. Il simpatico bonaccione ha ritenuto superfluo utilizzare i teli di plastica protettivi che gli avevi fatto trovare in casa, per cui le mura sono sì imbiancate, ma lo stesso potresti dire dei pavimenti, degli armadi e della scala di legno. E’ evidente che appartiene alla corrente impressionista, nel senso che fa impressione il modo con cui lavora.
Ci metti sei giorni a ripulire tutto, lavorando, ginocchia a terra, con stracci e raschietto, confortato solo dalla speranza che l’allegro pittore, in quel momento, sia vittima degli atroci spasmi addominali che accompagnano l’attacco di dissenteria che gli hai augurato.

Delle tradizioni
L’ultima cosa a cui devi stare attento sono le tradizioni, specialmente a quella che vige nel paese di lei, di dare un ricevimento per parenti ed amici 1-2 settimane prima del matrimonio, nella nuova casa degli sposi.
Quando, di fronte al ritardo dei lavori di ristrutturazione della casa ed alla delusione di lei, ti lanci in un
‘Ma no, vedrai che ce la facciamo a fare il ricevimento’
, perchè ci tieni a vederla felice e sacrifichi le ultime forze a portare mobili su e giù dalle scale, ricordati quello che ti dirà alla fine dei tuoi sforzi (poche ore prima di aprire la casa, in perfette condizioni, agli invitati), quando le chiederai perchè sembra che ce l’abbia con te:
‘Perchè si poteva evitare tutta questa fatica, non facendo il ricevimento. La colpa è tua che mi hai detto di sì e mi hai accontentata’.

A questo punto, è fatta. Sei pronto per il matrimonio.

Auguri, lunga vita e felicità.
A presto.

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mercoledì, 23 maggio 2007
Il fu Mattia Saggezza

Davvero non so da dove incominciare.

Da bambino avevo un disco di Topo Gigio (ce l'ho ancora) e ricordo che in una delle canzoni il biondo roditore sentenziava più o meno così: 'come diceva mio nonno Teodoro… si comincia sempre dall'inizio'.
Ora il problema è che io non so bene quale sia l'inizio. Di ciò che è successo nelle scorse settimane ho già detto fin troppo nelle due righe del post precedente, stupendomi, tra l'altro, dopo qualche giorno, di avere scritto una cosa così intima su questo finto foglio di appunti, in cui sarebbe dovuto entrare solo il lato B della mia vita, quello che sfugge alla logica del mondo, del quotidiano e della vita.
E della morte.

Non so se fosse giusto o meno, ma mi è venuto di farlo. E va bene così (ma questo non era Topo Gigio, era Vasco Rossi).

L'inizio potrebbe essere il momento in cui, il mese scorso, il rumore dell’urto della ruota contro il guard-rail centrale dell’autostrada, mi svegliava bruscamente e maleducatamente dal colpo di sonno, con cui avevo serenamente chiuso gli occhi, a 100 all'ora.
L'inizio potrebbe essere il momento subito dopo, quando, fermo a bordo strada, mi chiedevo con sincero e felice stupore per quale strana casualità fossi ancora vivo, senza un graffio e con solo una gomma a terra.
L'inizio potrebbe essere dirvi che tra circa 40 giorni si modificherà il mio stato civile e dal mio curriculum la parola 'celibe' verrà eliminata e sostituita con 'coniugato' ('ma cosa mi dici mi dici mai…', per restare sul Gigio-pensiero).

Ma invece no.

L'inizio è precedente, risale a molti, molti anni fa, quando due giovani e contenti (si spera) genitori si recarono all'anagrafe a registrare il proprio figlio, il secondogenito. Colui che era me, anche se io non me lo ricordo (ma forse sono io che ero lui…).
Orbene, seguite i due giovani genitori, sono di fronte al solerte e sudato impiegato del comune (sudato perchè era agosto, solerte perchè ci piace immaginarlo così).
'Buongiorno, solerte e sudato impiegato del comune, vorremmo registrare la nascita di nostro figlio' dissero.
'Va bene, qui mettiamo la data e qui il nome. Come si chiama?'
'Saggezza Giacomo Cosimo. Sa, gli altri due nomi sono quelli dei nonni'.

Ma perché?
Perché non avete guardato con attenzione il sudato solerte? Perchè non avete controllato quello che stava scrivendo?
Perché non avete controllato che mettesse la virgola, una semplice virgola, ciò che di meno impegnativo esiste nella lingua italiana? Bastava metterla lì, dopo il primo nome ed era fatta: Giacomo e Cosimo sarebbero rimasti serenamente secondo e terzo nome, per sempre tranquilli al loro posto.

E invece l'assenza della virgola ha segnato tutta la mia vita, facendo entrare tutt'e tre i nomi nel codice fiscale, nei documenti scolastici ed universitari, nelle dichiarazioni dei redditi ed in mille altri pezzi di carta.
Tanto tempo fa, però, io decisi di decidere: avrei firmato sempre e solo con il mio primo nome (l'unico a cui, in effetti, rispondo) anche se sapevo che sarebbe arrivato, prima o poi, il giorno in cui mi avrebbero presentato il conto.
E quel giorno era mercoledì scorso.

All'ufficio del Comune di Coleichemistrappòdaisingles, nella Sicilia tirrenica, stava andando in scena l'atto unico della 'Promessa di Matrimonio di Colei e saggezza', con discreto successo di pubblico e di critica, quando la solerte, ma non sudata, impiegata esclamò: 'Fermi tutti, qui c'è un errore! I nomi non corrispondono...'.

Iniziavo, allora, il monologo, da tempo provato e riprovato, sul problema della virgola mancante, cercando di spiegare che la presenza degli altri nomi sul certificato anagrafico e la loro assenza sulle pubblicazioni era dovuta ad una semplice svista.

Non fui convincente.

La solerte si dimostrò partecipe ed attenta al mio problema, che, nel frattempo, non era più mio, ma cominciava ad essere di livello familiare, nonchè politico-suocerale.
La solerte dietro la scrivania si lanciò in una serie di acrobatiche evoluzioni burocratiche, attraverso le quali, secondo lei, io avrei potuto nell’ordine:

1) Preparare un nuovo certificato, per verificare la reale presenza o meno delle virgole, oppure
2) Modificare i documenti delle pubblicazioni, aggiungendo gli altri due nomi, oppure
3) Andare nel preposto ufficio del comune di Reggio e rinunciare agli altri due nomi (ma si possono uccidere così due parti di se stessi?)

Se avessi scelto la 2, avrei dovuto firmare gli atti del Matrimonio con tutto il treno dei nomi, nel caso della 3 potevo usare solo il primo.
Ma a questo punto, proditoriamente, aggiunse: Ma lei, come si vuole chiamare?.

Qui il mondo frenò bruscamente e la mia vita finì di trasformarsi in una storia a fumetti con sceneggiatura pirandelliana. Partirono le domande nel mio cervello:
Io chi sono?
Io sono sempre me stesso o sono il nome che porto?
Il nome che porto è mio o io sono suo?
Senza il mio nome io resto ancora io?
E se cambio nome divento un altro?

Mentre neuromino dava l'allarme di abbandonare la nave, mi ritrovai a sorridere...

'Non ho un nome...' pensai divertito.
'Non ha un nome...' lessi nel critico fumetto muto suocerale.
'Non hai un nome...' concluse, sospirando, Colei.

La storia è ancora in sospeso, sono promesso, ma con riserva.

Vi terrò informati. Vi lascio con l'ultimo pensiero di oggi: se io sono io e voi siete voi, se io non sono più io, voi... si può sapere chi siete?
Baci anonimi.

Postato da: saggezza a 01:57 | link | commenti (16) |

lunedì, 30 aprile 2007


La vecchia quercia, alla fine, non ce l'ha fatta.
Adesso la mia nonna è una ninfa del bosco.

Postato da: saggezza a 22:01 | link | commenti (6) |

martedì, 27 marzo 2007
Augurio

Io non so come ti chiami o che faccia hai.

Non conosco la tua età e non so niente della tua storia e dei tuoi affetti, ma oggi ti voglio parlare di me, della mia vita. Ti voglio mostrare uno spicchio di intimità, un piccolo spazio di una storia familiare, raccontarti di quelle piccole cose senza significato, che diventano importanti per le persone che le vivono.

La mia famiglia è una famiglia come tante e come nessuna: non siamo né famosi né ricchi, non siamo nobili, non siamo poveri. Non siamo stupidi, non siamo furbi, non passiamo davanti agli altri nelle file, non cerchiamo favori.
Siamo una famiglia come tante, di persone che hanno sempre lavorato e lavorano. Sin da bambino ho osservato l'orgoglio e la dignità di chi sa di potersi riposare solamente dopo che ha portato a termine, correttamente, il proprio lavoro.
Nella mia famiglia non c'è mai stata differenza tra uomini e donne e nessuno ha mai alzato un dito contro qualcuno.
Nelle vene della mia famiglia la follia scorre potente, come un fiume sotterraneo, che ogni tanto esce in superficie e zampilla in ghirigori di originalità. 

Nella mia famiglia esistono regole rigide, che ho spesso infranto con fatica, per ritagliarmi uno spazio mio. Nella mia famiglia ho vissuto incomprensioni e scontri, ho vissuto l'impossibilità di lamentarmi, perchè 'se non ti è andata bene, evidentemente non hai fatto abbastanza'.
Ma nella mia famiglia ho anche vissuto la sensazione di sentirmi al sicuro, con le spalle coperte ed ho vissuto la felicità, il rispetto, l'affetto e l'amore profondo.

Ci sono cose della mia famiglia che hanno un significato ed un valore che non so descriverti, sono quegli oggetti resi unici per il ricordo che si portano addosso. Mi viene in mente, non so perchè, il bollilatte con cui la nonna preparava il latte che ci portava a casa il figlio del pastore, un latte munto in giornata, altro che UHT. Mi viene in mente lo scrittoio marrone della scrivania dello studio, reso un'attrattiva mistica, per noi bambini, dal fatto di vederci scrivere sopra il nonno, con la sua grafia non ferma, ma vigorosa.
Ed ancora le foto, quella, in particolare, del matrimonio dei nonni, messa sul pianoforte, accanto al metronomo.

Tra gli oggetti c'è anche lei, la 500 beige di mia nonna. La 500 fa parte della nostra famiglia dal '66, ancora l'uomo non era andato sulla luna e la mia esistenza era solo, forse, un'ipotesi nella mente di due giovani fidanzati.
La 500 ha attraversato un terzo del novecento (sembra un'equazione...), ha portato mia nonna a scuola, ogni mattina, per tanti anni, ha convinto il carabiniere a lasciar perdere il controllo dei documenti ('prenda lei i documenti dalla borsa sul sedile di dietro, io non ci arrivo... ma faccia veloce, chè mi si sciolgono i surgelati', un mito puro la mia nonna...).

Ed oggi tu, anonimo dal viso sconosciuto, hai forzato la portiera della 500, hai violentato il cruscotto e te la sei portata via.
Hai rubato più di 40 anni di storia, di parole e di amore, hai sottratto 40 anni di risate, di pianti, di spesa e di surgelati della mia famiglia. Tu non sai neanche come la rabbia per quello che hai fatto oggi, stia accentuando il dolore di questi giorni non felici.
Tu sei salito sulla 500 beige di mia nonna.
Tu hai rubato un pezzo della nostra vita.

Non so davvero che faccia hai, come ti chiami e da quanti anni stai inquinando questo sputo di angolo di pianeta, ma spero vivamente, sinceramente e con tutto il cuore e l'affetto che provo verso quel gioiello che hai rubato, credimi, che stanotte stessa, mentre guidi disperato perchè hai trovato tua moglie che trombava con il tuo migliore amico, la 500 ti esploda sotto il culo, ma solamente dopo che avrai scoperto prima tua figlia e poi tuo figlio battere al porto.

In un ultimo sussulto qualcosa ti passerà per la testa e tu crederai che possa essere un pensiero buono, qualcosa che riscatti la tua inutile vita... Ma invece no, sarà solo il tappo della benzina.

Crepa, pezzo di merda.

Postato da: saggezza a 00:47 | link | commenti (13) |